
di Sara di Carlo
Recensione a Blakesley – Cachey – Pich (a c. di), Dante’s Comedy in English Translations. Critical Perspectives, Reception Histories, Assessments, New York, Routledge, 2026, pp. 243.
Il volume Dante’s Comedy in English Translations raccoglie una serie di contributi volti a esplorare le varie “incarnazioni” che il poema dantesco assume in lingua inglese. “English incarnations” (p. xv) è precisamente il sintagma con il quale, nella prefazione, si identificano gli oggetti dell’analisi che gli autori intendono portare avanti, che non coincidono con la sola traduzione interlinguistica ma comprendono anche la restituzione del testo in altre forme – illustrazioni, paratesti, nuovi media. I saggi presenti spaziano così fra vari campi di ricerca, coinvolgendo studiosi provenienti da diverse formazioni. Fra gli obiettivi prefissati, oltre alla proposta di nuove prospettive critiche su traduttori già affermati e approfondimenti su traduttori meno noti, vi è quello più esteso di inserirsi nel solco delle ricerche comparatistiche e letterarie.
Il volume consta di undici capitoli, adeguatamente suddivisi in quattro sezioni tematiche: Prolegomena, Chronology, Form, e Coda. La prima parte introduce la materia, fornendo una panoramica sulla storia della traduzione della Commedia nell’anglosfera e dei profili dei principali protagonisti. La seconda comprende quattro saggi che ripercorrono diacronicamente l’evoluzione dell’approccio del mondo anglofono al poema dantesco; dipanandosi dalle “versioni incidentali” del diciottesimo secolo, fino alle scelte vernacolari e provocatorie del XXI secolo. La terza sezione, dedicata alla “forma”, dedica altri quattro studi alle questioni stilistiche e formali. La ripartizione avviene qui sulla base delle varie forme metriche, e dunque terza rima, blank verse, verso libero e prosa. L’ultima sezione presenta il capitolo Forum, sede di alcuni brevi contributi che glossano i lavori precedentemente presentati, proponendo riflessioni e possibili campi di ricerca.
Il continuo alternarsi di voci si delinea come uno dei punti di forza del volume che, senza compromettere la coesione interna, riesce a superare il rischio di restituire una asettica ricognizione compilativa. Così anche le parti potenzialmente meno innovative, come quella dedicata alla cronologia, offrono un punto di vista inedito e personale sulla materia, che contribuisce a rendere l’opera di notevole interesse. Tale traguardo è raggiunto grazie a uno spoglio mirato dei casi di studio, operato dagli autori per inquadrare più ampie questioni critiche; le quali non sostituiscono ma affiancano le sempre esaustive rassegne della selezione di traduzioni prese, di volta in volta, in esame. Lo stesso può essere affermato per i saggi della terza sezione, che dipinge un quadro vivo e coinvolgente delle varie alternative metriche. Esemplare, in questo senso, il contributo di Powers Keane e Deen Schildgen, che scelgono di affrontare la questione del blank verse confrontando due prospettive cronologicamente e teleologicamente opposte: quello delle traduttrici che, fra il 1908 e il 1921, compivano la loro opera per una propria investigazione personale, e quello dei traduttori, selezionati in un arco cronologico comprendente gli anni dal 1971 al 2008, i quali lavoravano a edizioni finalizzate alla didattica. Una grande attenzione, comunque, è riservata alle donne – e alle altre minoranze – da tutti gli autori del volume, i quali riescono davvero a rispettare la promessa iniziale e riscattare i nomi dimenticati o, fin a ora, solo sussurrati. Estremamente felice anche la scelta di terminare con uno spazio nel quale gli studi appena condotti sono subito vagliati da voci autorevoli della dantistica, che rinnovano il discorso aprendo a ulteriori possibili spunti, a nuove frontiere di quella “traduzione” che, si è detto, non si estingue nel solo testo scritto, come chiarito dagli interventi di Gilson e Kleinhenz rispettivamente sui paratesti e gli “Other Media”.
Per concludere, grazie al continuo intersecarsi di teorie filosofiche, prassi letterarie e riflessioni critiche, l’opera non solo riesce nell’intento prefissato di introdurre nuove prospettive comparatistiche, ma si configura davvero quale «testamento della parola poetica di Dante» (p. xvii) nell’anglosfera. E mostra magnificamente, prendendo in prestito le parole dello splendido contributo finale di Terrinoni, come «to translate is to a certain extent also a Dantean journey towards Eternity» (p. 233).
Anne&PatrickPoirier, Purgatoire, 2020. Courtesy gli artisti e Galleria Fumagalli. ©Adagp, Paris. Foto