
Lorenzo Dell’Oso, Il poeta alle «scuole delli religiosi»: Dante, Pietro delle Travi e il convento di Santa Croce (1294-1296), Roma, Carocci, 2026, pp. 340.
Negli ultimi decenni la ricerca sulla formazione intellettuale di Dante ha conosciuto una stagione di particolare vitalità, superando il modello statico della “biblioteca dantesca” per orientarsi verso lo studio dei contesti storici, istituzionali e didattici frequentati dal poeta. Dagli studi pionieristici di Charles T. Davis fino ai contributi più recenti di Zygmunt Barański e al progetto PRIN sulla biblioteca di Santa Croce, l’attenzione si è progressivamente spostata dagli elenchi di fonti alla ricostruzione degli ambienti culturali. Restava tuttavia irrisolta una questione centrale: il legame tra i contenuti dottrinali effettivamente insegnati a Firenze negli anni Novanta del Duecento e la produzione dantesca anteriore all’esilio. Il volume Il poeta alle «scuole delli religiosi». Dante, Pietro delle Travi e il convento di Santa Croce (1294–1296) (Carocci, 2026, pp. 340) di Lorenzo Dell’Oso interviene su questo nodo in maniera decisiva. Muovendo dal celebre passo del Convivio (II.xii.7), in cui Dante ricorda di aver frequentato le «scuole delli religiosi» e le «disputazioni delli filosofanti» per un periodo di «quasi trenta mesi» negli anni successivi alla morte di Beatrice, Dell’Oso ricostruisce l’attività didattica svolta nel convento francescano di Santa Croce tra il 1294 e il 1296 da Pietro delle Travi (Petrus de Trabibus). Attraverso l’analisi di manoscritti inediti o poco studiati — in particolare la Lectura sulle Sentenze e le questioni disputate e quodlibetali tenute dallo stesso Travi — il volume delinea con precisione l’orizzonte teologico e filosofico accessibile a un laico nella Firenze tardo-duecentesca. Non una ricerca di fonti puntuali, ma la ricostruzione di un vero e proprio “ecosistema” culturale, fatto di dottrine aristoteliche, saperi astronomici e dibattiti teologici, che Dante ascolta, assimila e rielabora. In questa prospettiva, la Vita nova emerge non solo come prosimetro d’amore, ma come testo che ambisce a uno statuto sacrale. L’uso di un lessico filosofico tecnico — dalla distinzione tra sostanza e accidente ai riferimenti all’astronomia tolemaica filtrata dalla teologia — risponde al progetto di elevare la poesia volgare a strumento di verità. Particolarmente significativa è la lettura del capitolo XXV, interpretato alla luce delle discussioni scolastiche sul rapporto tra scientia litterarum humanarum e veritas fidei. Pur appropriandosi del patrimonio concettuale dei frati, Dante se ne distacca consapevolmente, superando la diffidenza conventuale verso la poesia per affermare una nuova autorità intellettuale. Il volume non ambisce a modificare la biografia del poeta, ma piuttosto ad illuminarne in profondità la genesi intellettuale, mostrando come l’ascolto delle lezioni e il contatto con le scuole religiose abbiano fornito a Dante gli strumenti per “teologizzare” la sua poesia già prima della Commedia. Dell’Oso, in definitiva, offre una chiave interpretativa essenziale per ricostruire l’orizzonte formativo di Dante, spostando l’attenzione dalle sole pratiche di lettura alla dimensione dell’insegnamento e dell’ascolto, e chiarendo i processi attraverso cui il sapere scolastico viene integrato e rifunzionalizzato all’interno della scrittura poetica.