Intervista ad Alessandro Barbero

Alessandro Barbero non ha bisogno di presentazioni: storico, accademico e scrittore è noto al largo pubblico per i suoi saggi e le sue collaborazioni televisive. Lo abbiamo intervistato, ponendogli alcune domande sulla sua ultima opera, Dante, edita da Laterza nella collana I Robinson.

Che cosa ritiene che emerga di più nuovo dalla sua biografia di Dante?

Nell’ultimo decennio la collaborazione fra storici e dantisti ha aperto molte nuove prospettive per l’interpretazione dei documenti d’archivio relativi alla vita di Dante e il mio libro se ne è enormemente avvantaggiato. Analizzati con lo sguardo dello storico questi documenti rivelano molto di nuovo. L’analisi della documentazione relativa ai beni confiscati a Dante al momento della condanna smentisce il radicato luogo comune secondo cui Dante si trovava in difficoltà economiche e restituisce al contrario l’immagine di un cittadino agiato che viveva di rendita. I verbali degli interventi di Dante nei consigli del comune, analizzati nel loro contesto, rivelano non soltanto il suo impegno politico, ma la sua adesione a un regime, quello moderato di popolo, deciso a non inasprire i rapporti con i magnati e a evitare ogni concessione a istanze radicali, e ci aiutano a capire meglio cosa intendeva il Villani quando diceva che Dante era stato “de’ maggiori governatori della nostra città”: siamo in effetti di fronte a un uomo di partito, e di corrente, di assoluta fiducia, strettamente legato al regime che sarebbe poi collassato alla fine del 1301.

Quali consigli darebbe agli insegnanti delle scuole superiori per ricavare spunti dalla sua biografia?

Penso che a scuola potrebbero offrire utili spunti quei passi del mio libro in cui analizzo le testimonianze autobiografiche di Dante e che rivelano nuove possibili chiavi di lettura delle sue opere. E’ il caso della Vita Nuova che è a tutti gli effetti un grande romanzo autobiografico in cui sono descritti i turbamenti amorosi di un adolescente, certo percepiti ed espressi in modi lontani da quelli che useremmo noi, e tuttavia in grado ancor oggi di suscitare empatia. E’ il caso delle prime terzine della Commedia, in cui Dante descrive il proprio smarrimento nella selva oscura, e che ricevono ulteriore profondità dalla verifica di quello che stava davvero facendo il poeta in quei giorni, tra marzo e aprile 1300, in cui colloca la finzione del suo viaggio nell’aldilà: e cioè, di nuovo, era immerso fino al collo nella politica, e alla vigilia di ottenere la nomina più importante della sua vita, quella a priore per il bimestre giugno-agosto 1300. Aggiungerei la rilettura del celeberrimo episodio di Farinata, e di quello di Cacciaguida nel Paradiso, alla luce di quello che oggi sappiamo sulla necessità di Dante di accreditare se stesso e i suoi antenati come guelfi irriducibili (nel caso di Farinata) e sul suo bisogno di accreditarsi come nobile e di ricucire i rapporti con la corte dei Della Scala dopo tutte le cattiverie che aveva detto su di loro in precedenza. E infine, le pagine che dedico agli amici di Dante possono suggerire uno spunto aggiuntivo di lettura del Purgatorio, che fra tante altre cose serve a Dante anche per elaborare il lutto della morte di tanti amici di gioventù.

Che cosa può dirci Dante ancora oggi, secondo lei?

Io non credo che Dante debba dirci qualcosa, almeno non in termini di un messaggio morale, politico o ideologico. Dante, come Omero o Shakespeare, ci parla perché suscita emozioni, perché ci dà il senso della complessità del nostro stare al mondo in termini che trascendono le differenze fra le epoche, e perché lo fa maneggiando la lingua in modo meraviglioso.

Per una presentazione del libro: https://www.laterza.it/-barbero-dante