
di Alberto Casadei
Esiste nella Divina commedia un’organizzazione basata sulle somme ‘mistiche’ dei versi dei cento canti? Sulla questione delle numerologie, come è ben noto, si è indagato a più riprese, per precisare in primis la valenza del numero 3 e dei suoi multipli, nonché quella del 7 nella concezione più profonda delle cantiche, come tentò di dimostrare Giovanni Pascoli. Riguardo invece all’organizzazione numerica dei canti, fu Charles S. Singleton a notare che quelli al centro del Purgatorio, che si trovano pure al centro dell’intero poema, hanno numeri simmetrici rispetto ai 139 versi del XVII: sia prima, dal XIV, che dopo, fino al XX, si hanno sequenze identiche sebbene rovesciate, ossia 151-145-145 e 145-145-151. Non solo: andando avanti per 25 terzine nel XVIII, e procedendo a ritroso, sempre per 25 terzine, nel XVI, si ritrova il sintagma “libero arbitrio”, che risulta quindi il concetto decisivo per tutta l’opera, collocato in questo ‘disegno nascosto’ che i lettori, per secoli, avevano percepito nella lettura e tuttavia mai individuato consapevolmente.
Ora Ambrogio Camozzi Pistoja, docente di italiano a Harvard, è tornato sulla questione all’inizio di un suo ampio e documentato lavoro dal titolo La materia di Dante (Ravenna, Longo, 2024), sintetizzando numerosi studi di vari autori in una tabella relativa al numero dei versi di tutti i canti, dalla quale si ricavano alcune evidenze interessanti. Questo numero varia da un minimo di 115 a un massimo di 160; si notano altre sequenze con caratteristiche particolari, per esempio gruppi di quelli del Paradiso che danno una somma identica, ma in generale le somme ‘mistiche’ dei versi di ogni canto possono essere ricondotte a tre soli numeri simbolici: il 7, il 10 e il 13. Procedendo su questa strada, si trovano ulteriori corrispondenze nascoste e sembrerebbe di poter avallare la tesi di una costruzione dell’intera Divina commedia architettata sin dal primo verso per rendere questi numeri ricorrenti proprio 33×3 volte (+1).
Per affermare che ci sia stata una pianificazione da parte di Dante. però, come ammette Camozzi Pistoja i problemi non mancano, e forse una ricognizione più basica ma anche aderente alle effettive situazioni testuali può fornire qualche spunto di riflessione. In primo luogo, non è vero che la somma dei versi dei vari canti si riduce sempre a uno dei tre numeri sopra indicati: se i versi sono 130, come capita quattro volte, allora il numero mistico sarebbe 4 ed è solo una forzatura di comodo che si lasci il 13 in evidenza senza sommare le cifre. Si potrebbe ribattere che pure il 4 possiede una sua speciale valenza, tuttavia le perfette simmetrie di cui sopra non sarebbero più tali. E d’altra parte, se si considera il 13 senza fare una somma, allora nel caso del tutto analogo di 160 versi si dovrebbe considerare un 16 e non 1+6, come invece si fa per arrivare al consueto 7. In sostanza, o si segue sempre uno stesso criterio, o altrimenti il margine di arbitrio aumenta senza motivo.
È poi vero che le misure dei versi sono 13 in tutto, però non sono distribuite in maniera uguale. Le misure più brevi, 115 (due volte) ma anche 124, si trovano tutte nell’Inferno, che presenta lunghezze di canti abbastanza divaricate; più omogenee sono le cantiche successive, che si collocano sempre tra un minimo di 130 e un massimo di 160 versi, con forte prevalenza delle lunghezze di 139 e più. Questo implica che Dante, in corso d’opera, ha trovato che le misure ampie erano più confacenti al respiro narrativo dei suoi canti, e questo spiega perché non ne sono presenti mai alcune ridotte, come 118 o 121, mentre i canti con solo 115 versi (VI e XI dell’Inferno) vanno probabilmente considerati come esempi di struttura ancora in progress quanto a estensione. Si potrebbe sostenere che la misura di 121 viene evitata perché la somma mistica sarebbe 4, e tuttavia questa spiegazione appare inadatta per il numero 118, e anche per il 127 (il terzo non attestato), che invece danno il consueto 10.
Non sembra allora che, con variabili numeriche così strette, sia difficile trovare simmetrie o analogie, e comunque vanno considerate le eccezioni, come il 130 che conduce a un 4, se non si introduce un computo diverso dagli altri; d’altra parte non si comprende perché evitare misure che hanno comunque 10 come risultato mistico. Ma forse Dante, come per tanti altri aspetti del poema, ha progressivamente messo a fuoco alcuni elementi per lui fondamentali, come quello della lunghezza minima dei canti, che dalla metà dell’Inferno in avanti non scende mai sotto la soglia di 130 versi. È possibile, ma non decisivo, che per ragioni di armonizzazione complessiva Dante abbia pensato a sequenze simmetriche, la cui valenza comunque non sembra indispensabile alla comprensione: per esempio, che “libero arbitrio” sia un concetto-cardine per il Dante poeta, e anche trattatista della Monarchia, è evidente già alla lettura di primo livello dei suoi testi. In ogni caso, è difficile dimostrare che ogni aspetto della Divina commedia risponde a un progetto d’autore pensato senza mutamenti a partire dal primo verso: di sicuro, sono parecchie le correzioni di tiro e le evoluzioni riscontrabili a una disamina sistematica di molti punti problematici oppure di opzioni attive a partire da un certo canto, p.e. gli esordi con ekphrasis, che si leggono solo da Inf. XVIII in avanti.