e sempre di mirar faceasi accesa (Par. 33.99)
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Lectura Dantis Lugdunensis

di Anne-Gaelle Cuif

Lectura Dantis Lugdunensis, a cura di A.-G. Cuif e M. Lucarelli, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2026, pp. 188.

Il volume Lectura Dantis Lugdunensis si inserisce nel panorama della dantistica internazionale superando programmaticamente la natura frammentaria della semplice antologia o della raccolta occasionale di saggi. Di fronte all’ipertrofia della bibliografia dantesca, l’apparizione di un nuovo ciclo di letture potrebbe persino destare un iniziale « senso di fastidio » nel lettorato specialistico e academico. Tuttavia, l’opera si riscatta immediatamente da questo rischio poiché si offre al lettore come un percorso intellettuale organico, animato da un nuovo respiro critico ed esegetico.

Il testo raccoglie gli atti di un ciclo di dieci incontri tenutisi nel corso del 2021 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Lione, ma lo fa strutturando un disegno unitario in cui la filologia si fa strumento di un dialogo vivo con la contemporaneità. Dal punto di vista strutturale ed editoriale, il libro riflette la vocazione internazionale della curatela e del pubblico a cui si rivolge, alternando contributi redatti in lingua italiana e in lingua francese. Si pone, in tal modo, come un ponte ideale tra la tradizione esegetica italiana e la scuola di studi francesi del domaine franco-italiano, offrendo prospettive complementari e feconde.

Il nucleo speculativo e metodologico che sorregge l’intero percorso risiede nell’introduzione firmata da Massimo Lucarelli, che parte dell’analisi di due recenti episodi di parziale censura o di adattamento ideologico ai danni dell’opera dantesca. Di fronte a tendenze ascrivibili alla cosiddetta cancel culture, Lucarelli propone e difende l’adozione di una rigorosa reading culture. Questa postura critica si fonda sul principio cardine secondo cui i testi del passato non debbano essere anacronisticamente giudicati o emendati secondo i canoni etici o politici della contemporaneità. Al contrario, il compito primario della scuola e dell’università consiste nello storicizzare, contestualizzare e distanziare con oggettività scientifica l’opera d’arte, fornendo gli strumenti filologici indispensabili per comprenderne la genesi e l’alterità rispetto al nostro presente. La reading culture rivendicata dal volume richiede tempo, fatica e studio analitico, ponendosi in netta antitesi sia rispetto alla rapidità liquida dei riassunti algoritmici della tarda modernità, sia rispetto alle logiche binarie della condanna ideologica superficiale.

Il volume si articola secondo una scansione logica che ripercorre l’itinerario del pellegrino e del poeta, muovendo dal problema genetico-compositivo sino alle vette teologiche del Paradiso. La sezione scientifica si apre con l’importante saggio di Alberto Casadei che propone una rilettura raffinata del momento di ripresa della scrittura dantesca dopo l’interruzione e il definitivo abbandono del Convivio. Attraverso l’incrocio di evidenze interne ed esterne, e riconsiderando criticamente le testimonianze di Boccaccio, Casadei avanza l’ipotesi interpretativa che un ristretto nucleo di canti iniziali (nello specifico i primi quattro dell’Inferno) possa essere stato effettivamente abbozzato a Firenze prima del trauma dell’esilio. Il saggio approfondisce inoltre la complessa auto-inclusione di Dante nella « bella scola » dei poeti antichi nel limbo (canto IV), dimostrando come l’autore intendesse porsi in diretta e consapevole continuità ideale con la grande tradizione classica latina. Il canto II dell’Inferno è analizzato da Anne-Gaëlle Cuif. La studiosa propone una lettura nuova che integra la dominante interpretazione drammatica o dottrinale del canto, introducendo la categoria della « dolcezza » come lente ermeneutica fondamentale. Attraverso l’esame accurato del linguaggio lirico con cui viene rievocata la discesa di Beatrice nel Limbo, l’autrice dimostra come la memoria dello Stilnovo e della poesia giovanile dantesca non venga rinnegata nell’oltretomba infernale, ma venga rifunzionalizzata e sublimata all’interno della struttura teologica e salvifica del poema. Infine, il saggio di Bruno Pinchard affronta uno dei canti più complessi e magmatici delle Malebolge, il XXIX, dedicato ai falsificatori di metalli e agli alchimisti. Pinchard si concentra sulla dimensione corporea e materica della pena, interpretando la deformità fisica e il supplizio del prurito incessante non solo come punizione morale, ma come una straordinaria e potente premonizione della frammentazione dell’identità umana. Il saggio mette in luce l’incapacità dell’uomo degradato di accettare i limiti intrinseci della natura, analizzando la figura del falsificatore che si trasforma in una tragica e grottesca « scimmia della natura ».

La sezione purgatoriale si apre con il contributo di Erminia Ardissino su Purgatorio VIII. L’attenzione della studiosa si concentra sulla dimensione liturgica, spaziale e temporale della Valletta dei Principi. Ardissino analizza il valore del rito serale (il canto del Te lucis ante) e il profondo significato simbolico dell’attesa notturna, interpretando lo spazio dell’Antipurgatorio come un luogo di transizione in cui la memoria degli affetti terreni e l’impegno politico (rappresentati dalle figure di Nino Visconti e Corrado Malaspina) si ripiegano verso una dimensione intima, familiare e preludente alla redenzione spirituale. Di seguito, Giuliano Milani analizza il Canto XXIII e si interroga sulla natura profonda dell’incontro tra Dante e l’amico Forese Donati nella cornice dei golosi. Riprendendo le recenti suggestioni della critica internazionale sulla categoria delle « tracce » o vestigia dell’identità precedente, Milani dimostra come l’invettiva contro le donne fiorentine e la cupa profezia sulla fine violenta di Corso Donati rappresentino le cicatrici storiche mai del tutto sopite della celebre e scandalosa « tenzone poetica » giovanile. Il saggio invita a distinguere nettamente il Dante-pellegrino e il Dante-poeta dal Dante-storico, preservando la complessità biografica dell’uomo del Trecento. Il Canto XXVI è affidato a Jean-Charles Vegliante, raffinato studioso e traduttore di Dante in Francia. Offre una lettura stilistica e filologica della cornice dei lussuriosi, dove Dante incontra i suoi maestri d’elezione poetica: Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel. Lo studioso evidenzia come il testo dantesco si configuri come un vertiginoso esercizio di intertestualità e di multilinguismo, analizzando le celebri battute in lingua d’oc di Arnaut e le complesse riprese formali della lirica trobadorica. Vegliante mette in rilievo la decenza spirituale e l’umiltà con cui le anime dei poeti accettano il fuoco affinatore, scomparendo nel profondo della fiamma come pesci nell’acqua.

Punto di organo dell’intero volume, il terzo movimento di questo saggio dedicato alla terza cantica si apre con il saggio di Michelangelo Zaccarello. L’analisi si concentra sul Cielo della Luna e sulle figure di Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla. Lo studioso dimostra come l’accettazione gioiosa del proprio grado di beatitudine da parte delle anime rifletta una precisa visione dell’ordine cosmico di matrice tomista, trasformando la violenza terrena subita da queste donne in un trionfo della stabilità interiore e della suprema « aristocrazia dello spirito ». Raffaele Ruggiero propone invece la lettura del Canto XIII. Il saggio affronta il nucleo dottrinale del cielo del Sole, dominato dal discorso di San Tommaso d’Aquino sulla perfezione della creazione divina e sull’eccezionalità della sapienza di Salomone. Ruggiero si concentra sulla celebre immagine metaforica dell’artista la cui mano trema nell’eseguire il disegno ideale (vv. 76-78), estendendola alla riflessione dantesca sui limiti intrinseci della parola umana e dello strumento poetico di fronte all’immensità dell’Assoluto. Questo percorso di lettura si conclude con il saggio di Giuseppe Ledda che scompone l’ultimo canto del poema in tre momenti logici e spirituali speculari : la sublime preghiera alla Vergine pronunciata da San Bernardo, l’esperienza mistico-visiva della mente che si interna in Dio, e l’estremo tentativo della scrittura di registrare l’ineffabile. Il critico analizza con acume la celebre « metafora del mondo-libro » (vv. 85-87), dimostrando come l’opera dantesca trovi in questa immagine il suo definitivo compimento epistemologico : la molteplicità frammentaria della realtà umana e della storia trova ordine, senso e coesione perfetta solo nello specchio dell’unità divina.

Un elemento di assoluto interesse all’interno del volume è rappresentato dall’appendice finale, che raccoglie un’ampia intervista concessa dallo storico Alessandro Barbero ai due studiosi Filippo Fonio e Massimo Lucarelli, incentrata sulla genesi della sua biografia dantesca. Nel corso del dialogo, Barbero chiarisce la propria postura metodologica di storico, dichiarando di aver voluto esaminare non il « monumento » letterario cristallizzato dalla tradizione scolastica posteriore, bensì l’uomo in carne e ossa inserito nelle dinamiche sociali, economiche e corporative della Firenze tra Due e Trecento.

Per concludere, la Lectura Dantis Lugdunensis si attesta come un’opera di spicco nel panorama editoriale odierno perché dimostra che un commento non deve per forza ridursi a una giustapposizione di tessere antologiche isolate. Grazie al coordinamento dei curatori, il testo respira all’interno di un disegno più ampio: un autentico percorso intellettuale con un nuovo respiro interpretativo, capace di far dialogare in modo fecondo la filologia testuale, la critica letteraria, la teologia e la storiografia. Restituendo Dante interamente alla sua dimensione storica, alla complessità delle sue strutture formali e alla densità del suo pensiero filosofico, il volume offre un modello metodologico rilevante per specialisti, studenti e per quanti riconoscono il valore euristico e conoscitivo della critica dantesca.