
La lunga voce. Sette secoli di lecturae Dantis di Dario Pisano (Roma, Edizioni Efesto, 2026) nasce da un’idea semplice e feconda: la Commedia non è stata soltanto letta e studiata, commentata o trasmessa; è stata soprattutto detta, ascoltata e incarnata in una voce. La storia della fortuna di Dante viene così ricostruita non come una successione di nomi e indirizzi esegetici, ma come la storia dei modi in cui il poema ha trovato, di secolo in secolo, un corpo sonoro, uno spazio pubblico e una comunità di ascolto.
Il punto di partenza è la profezia di Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso: il “grido” dell’esule “farà come vento”, percuotendo le cime più alte. Da quest’immagine Pisano ricava la chiave interpretativa del volume. La voce di Dante è un vento che attraversa la storia, muta supporti e forme, ma conserva la propria forza d’urto: dal pulpito di una chiesa al silenzio della pagina, dalla memoria dei contadini alle piazze risorgimentali, dalla radio alla televisione, dal teatro agli spazi digitali e transmediali del presente.
Il primo grande snodo è rappresentato da Giovanni Boccaccio. Le Esposizioni sopra la Comedia, pronunciate a Firenze nella chiesa di Santo Stefano di Badia a partire dal 1373, sono interpretate come l’alba dell’esegesi pubblica: non soltanto un evento filologico, ma un atto civile. Boccaccio sottrae Dante alla circolazione frammentaria, rapsodica, quasi randagia delle origini, per consegnarlo a una comunità che chiede di capire ciò che già sente come proprio. La lectura nasce così come gesto di democratizzazione culturale: il poema viene offerto alla città come pane della sapienza, bene comune e fondamento di appartenenza.
Da qui il libro segue il cammino della voce dantesca attraverso una serie di “regimi” storici: l’oralità delle origini, la codificazione boccacciana, l’interiorizzazione prodotta dalla stampa, la rilettura umanistica e neoplatonica, il filtro normativo del classicismo, le diffidenze che incontrò tra Seicento e Settecento, il recupero vichiano e poi civile dell’Ottocento, fino alla stagione moderna dei grandi interpreti. Uno dei meriti del volume è quello di non separare mai l’esegesi dal suo ambiente materiale: ogni lettura di Dante è collocata in una scena, in una dimensione tecnologica, in un’istituzione, in un pubblico.
Particolarmente suggestiva è la parte dedicata alla modernità e al presente. Vittorio Sermonti appare come il grande mediatore capace di restituire al pubblico contemporaneo la comprensibilità del poema senza abbassarne la complessità; Roberto Benigni come il protagonista di una nuova spettacolarizzazione popolare; Carmelo Bene come colui che porta la voce verso il limite del suono puro; Franco Nembrini, Giorgio Colangeli, Franco Ricordi, Marta Scelli, Lucilla Giagnoni e Luca Serianni come figure diverse della moltiplicazione contemporanea dell’ascolto. La lectura Dantis, lungi dall’essere un rito antiquario, si rivela una pratica viva, capace di riattivarsi nei momenti di crisi e di bisogno collettivo.
La prospettiva di Pisano è insieme storico-letteraria, antropologica e civile. Il libro non racconta soltanto come Dante sia stato commentato, ma anche perché continui a essere necessario leggerlo ad alta voce, o almeno lasciarlo risuonare interiormente. La Commedia diventa un’“arca” della memoria: un edificio fragile e resistente, riparato da generazioni di lettori, ma ancora capace di navigare nel presente. Anche quando il volume si affaccia sul futuro – intelligenza artificiale, nuove geografie globali, realtà virtuale, linguaggi immersivi – la domanda resta umana: che cosa distingue una voce viva da una semplice riproduzione tecnica?
La risposta conclusiva è affidata a un ritorno al silenzio. Dopo sette secoli di piazze, cattedre, microfoni e schermi, la voce di Dante continua a trovare la propria sede decisiva nell’interiorità del lettore. È lì che ogni lectura, pubblica o privata, specialistica o popolare, si compie davvero. La lunga voce è dunque un libro sulla durata di Dante, ma anche sulla responsabilità di chi lo ascolta: perché la Commedia non appartiene solo alla storia della letteratura, ma altresì alla storia delle forme con cui una comunità prova, ancora oggi, a riconoscere sé stessa.