e sempre di mirar faceasi accesa (Par. 33.99)
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Dante e l’invidia

di Silvia Argurio

Paolo Rigo, Con occhi da grave dolor munti. Dante e l’invidia, Mimesis, 2025

Attraverso un’indagine ampia e stratificata, che parte dalla definizione del vizio dell’invidia in ambito filosofico e teologico per giungere alla sua complessa rappresentazione nell’opera dantesca, Paolo Rigo affronta un tema sfuggente e controverso nella tradizione etica e teologica medievale.

Fin dalle prime pagine emerge come l’invidia non si configuri soltanto come un moto interiore, un sentimento individuale da correggere, ma sia piuttosto una vera e propria “malattia sociale”, capace di corrompere comunità, istituzioni, rapporti civili. In tale prospettiva, il vizio assume una portata dirompente: mina la fiducia, genera discordia, si insinua nella vita politica e cittadina fino a diventare fattore di disgregazione collettiva.

La Commedia è, naturalmente, il terreno privilegiato su cui l’autore concentra la propria analisi. Figure emblematiche come quella di Sapìa, collocata da Dante tra gli invidiosi del Purgatorio, ricevono un’attenzione particolare. Lungi dall’essere un personaggio secondario, Sapìa rappresenta un esempio privilegiato sul modo in cui Dante raffigura l’invidia come vizio sottile. Attraverso di lei – e attraverso altri episodi meno frequentati dalla critica – Rigo evidenzia la forza universale dell’invidia nell’esegesi medievale.

Accanto all’analisi testuale, l’autore ricostruisce il contesto storico e intellettuale entro cui Dante elabora la sua riflessione. La tradizione patristica e scolastica, il pensiero aristotelico e tomista, i trattati morali vengono chiamati a confronto per mostrare come nel Medioevo l’invidia fosse considerata uno dei vizi più perniciosi e difficili da definire.

Lo stile del volume unisce rigore filologico e chiarezza espositiva. La ricchezza delle note e la solidità delle fonti documentano un lavoro accurato, mentre la scrittura rimane piacevole e accessibile anche a un pubblico non esclusivamente specialistico. È vero che alcune sezioni, più dense di riferimenti teologici e filosofici, richiedono al lettore una certa familiarità con la cultura medievale; tuttavia, il percorso resta sempre guidato da una prospettiva unitaria.

Il merito principale del libro risiede forse nel mostrare come l’invidia, spesso liquidata come vizio “minore”, costituisca in realtà un nodo cruciale nella costruzione della visione dantesca del mondo. Essa appare non solo come peccato che acceca e consuma l’individuo, ma come principio corrosivo capace di compromettere il bene comune.

L’ampiezza della ricerca, la cura filologica e la capacità di far dialogare testi, contesti e personaggi rendono il volume uno strumento prezioso sia per gli specialisti, sia per i lettori che desiderano approfondire il modo in cui Dante ha interpretato un vizio privato come un problema universale.